Jitensha toiki (自転車吐息, Bicycle Sighs). Regia: Sono Sion. Soggetto e
sceneggiatura: Sono Sion, Saitō Hisashi. Fotografia: Kitazawa Hiroyuki. Luci:
Kiyono Toshihiro. Scenografia: Suzuki
Takuji. Montaggio: Ishihara Hajime. Musica: Bobo Brasil, Great Richies. Tecnico del suono: Kitamura Yoshiaki. Aiuto regista: Saitō Hisashi. Interpreti e personaggi: Sono Sion (Kita
Shirō), Sugiyama Masahiro (Tamura Keita), Kasai Hiromi (Kita Masako, la sorella
di Shirō), Yamamoto Hiroko (Kyōko, la fidanzata). Produzione: Nishimura Takashi, Suzuki Yutaka, Takeda Kōji per Pia
Film Festival. Durata: 93’. Anno: 1990.
Questo film verrà presentato nella rassegna "Rapporto confidenziale" al 29° Torino Film Festival (29 novembre-3 dicembre). In tale occasione "Sonatine" pubblicherà in collaborazione con il Festival il volume "Il Signore del caos. Il cinema di Sono Sion", contenente un'intervista inedita a Sono, un'ampia introduzione alla sua opera, alcuni saggi critici e le schede di tutti i film proiettati nella rassegna.
Questo film verrà presentato nella rassegna "Rapporto confidenziale" al 29° Torino Film Festival (29 novembre-3 dicembre). In tale occasione "Sonatine" pubblicherà in collaborazione con il Festival il volume "Il Signore del caos. Il cinema di Sono Sion", contenente un'intervista inedita a Sono, un'ampia introduzione alla sua opera, alcuni saggi critici e le schede di tutti i film proiettati nella rassegna.
Shirō e Keita sono due giovani amici che abitano nella cittadina di
Toyokawa, entrambi hanno l’età di chi dovrebbe scegliere il proprio futuro, ma
in realtà non sono per niente interessati ad entrare nel cosiddetto mondo
adulto. Anziché studiare per superare gli esami d’ammissione all'università, i
due tergiversano nel loro limbo, guadagnandosi da vivere con la consegna dei
giornali. Mentre Shirō, per dare corpo alle sue aspirazioni artistiche, tenta
di ultimare un film in super8 incominciato alle scuole superiori, l’amico
Keita, quasi rassegnato, sembra sul punto di cedere.
Realizzato grazie ad
un premio in denaro ottenuto dal Pia Film Festival dopo aver vinto l'edizione
del 1987 con Otoko no hanamichi (Man's Flower Road, 1986), Bicycle Sighs
riprende molte delle ossessioni, delle tematiche e degli stilemi dei primi
esperimenti del cineasta, elaborandoli in una storia narrativamente più
complessa, anche se ancora acerba, e segnata da un’evidente libertà espressiva.
Siamo nel
1990, agli inizi di quel nuovo decennio che avrebbe visto l’inesorabile scoppio
della bolla economica che aveva fatto crescere il Giappone nella seconda metà degli Ottanta. Come pochi
altri film del periodo, Bicycle Sighs ha il merito di captare il
malumore, le incertezze e le paure di una generazione, ben prima che esse si manifestassero
apertamente agli occhi di tutti. Sono riesce qui ad esprimere quel senso di
incertezza nel futuro che avrebbe caratterizzato gli anni a venire, quando cioè
l'onnipotenza del decennio precedente, in gran parte di natura economica,
sarebbe venuta a mancare. Il film
trova così uno dei suoi punti di forza nell’essere un’opera liminare, che sta
sul crinale temporale che divide due diversi momenti. Da una parte, appunto, preannuncia un
certo sentimento degli
anni Novanta:
la ribellione del singolo e la messa in discussione dei valori dominanti, così
come la volontà di liberarsi dai canoni stilistici imposti e di esplorare nuovi
territori cinematografici. Dall'altra, essendo ancora dentro il periodo
precedente, ne rappresenta una controparte, un negativo, in grado di metterne
in luce i movimenti sotterranei.
Girato nella natia Toyokawa, Bicycle Sighs, al di là dalla sua riuscita prettamente artistica, ci dà del Giappone un’immagine assai diversa da quella dominante in quegli anni. Non ci sono luci, club, ricchezza e sicurezza, ma al contrario una quotidianità incerta e vacillante, che si muove con difficoltà in un paesaggio provinciale fra i più anonimi. E così niente automobili ma solo biciclette. Questo mezzo, non a caso scelto anche per il titolo, rappresenta lo strumento attraverso cui individui insofferenti cercano di ribellarsi a quel senso di chiusura e di soffocamento che la società, ma sarebbe più giusto dire la realtà, impone loro, specialmente nei periodi di stagnazione sociale e politica. Un senso d’oppressione che emerge anche da quegli “interni qualsiasi” di abitazioni comuni o dalle zone “arrugginite” e decadenti del vecchio parco quasi in disuso, dove Shirō gira gran parte del suo film. L’importanza della cittadina di Toyokawa, che troviamo anche in altri lavori del regista, è qui quasi un’ossessione, come testimonia l’indirizzo ripetuto fino allo sfinimento durante l'apertura del film, in una sorta di litania che rimanda agli esordi in veste di poeta di Sono e alla sua passione per la parola, soprattutto quella scritta, che sottende tutto il suo lavoro di cineasta. Una passione che, in Bicycle Sighs, si manifesta nel graffito-poesia che Shirō scrive su un muro durante le sue consegne e, soprattutto, nell’ideogramma vergato a mano sull’enorme bandiera bianca che sempre Shirō porta in giro per la città.
Come accade spesso in Sono, gli stili e le piste narrative si moltiplicano e sovrappongono. Alla parte drammatica, appena descritta, se ne affiancano altre più surreali o citazioniste. Come quando due orsi, o meglio due individui così travestiti, si aggirano nella casa di Keita, o quando il protagonista del filmino a cui Shirō sta lavorando (Sono stesso) appare con la testa di Godzilla, oppure vestito da Gekko Kamen, un popolare supereroe del cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, con l’insostituibile bicicletta al posto della motocicletta. Un altro tipico segno dello stile visivo di Sono – così come si era già visto in Ore wa Sono Sion da! (I am Sono Sion!, 1986) e come si vedrà in Keiko desu kedo (I Am Keiko, 1997) o Kimyōna sākasu (Strange Circus, 2005) – è l’uso di filtri colorati, spesso rossi, come rossi sono la giacca di Shirō, nella scena della bandiera, la cravatta di Keita e Kyōko, i pantaloni di Masako.[Matteo Boscarol]
Girato nella natia Toyokawa, Bicycle Sighs, al di là dalla sua riuscita prettamente artistica, ci dà del Giappone un’immagine assai diversa da quella dominante in quegli anni. Non ci sono luci, club, ricchezza e sicurezza, ma al contrario una quotidianità incerta e vacillante, che si muove con difficoltà in un paesaggio provinciale fra i più anonimi. E così niente automobili ma solo biciclette. Questo mezzo, non a caso scelto anche per il titolo, rappresenta lo strumento attraverso cui individui insofferenti cercano di ribellarsi a quel senso di chiusura e di soffocamento che la società, ma sarebbe più giusto dire la realtà, impone loro, specialmente nei periodi di stagnazione sociale e politica. Un senso d’oppressione che emerge anche da quegli “interni qualsiasi” di abitazioni comuni o dalle zone “arrugginite” e decadenti del vecchio parco quasi in disuso, dove Shirō gira gran parte del suo film. L’importanza della cittadina di Toyokawa, che troviamo anche in altri lavori del regista, è qui quasi un’ossessione, come testimonia l’indirizzo ripetuto fino allo sfinimento durante l'apertura del film, in una sorta di litania che rimanda agli esordi in veste di poeta di Sono e alla sua passione per la parola, soprattutto quella scritta, che sottende tutto il suo lavoro di cineasta. Una passione che, in Bicycle Sighs, si manifesta nel graffito-poesia che Shirō scrive su un muro durante le sue consegne e, soprattutto, nell’ideogramma vergato a mano sull’enorme bandiera bianca che sempre Shirō porta in giro per la città.
Come accade spesso in Sono, gli stili e le piste narrative si moltiplicano e sovrappongono. Alla parte drammatica, appena descritta, se ne affiancano altre più surreali o citazioniste. Come quando due orsi, o meglio due individui così travestiti, si aggirano nella casa di Keita, o quando il protagonista del filmino a cui Shirō sta lavorando (Sono stesso) appare con la testa di Godzilla, oppure vestito da Gekko Kamen, un popolare supereroe del cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, con l’insostituibile bicicletta al posto della motocicletta. Un altro tipico segno dello stile visivo di Sono – così come si era già visto in Ore wa Sono Sion da! (I am Sono Sion!, 1986) e come si vedrà in Keiko desu kedo (I Am Keiko, 1997) o Kimyōna sākasu (Strange Circus, 2005) – è l’uso di filtri colorati, spesso rossi, come rossi sono la giacca di Shirō, nella scena della bandiera, la cravatta di Keita e Kyōko, i pantaloni di Masako.[Matteo Boscarol]

Grazie per la segnalazione. Un film sicuramente da recuperare per noi amanti della filmografia di Sono come tutti gli altri che hai recensito e che sono molto rari e difficili da procurarsi.
RispondiEliminaIl libro è una chicca da avere assolutamente. Complimenti:D
Grazie. Tutti i film recensiti verrano proiettati al prossimo Torino Film Festival (25 novembre - 3 dicembre). Inoltre, sembra che il prossimo anno venga prodotto un cofanetto con i primi film di Sono sottotitolati in inglese ... speriamo.
RispondiEliminaSperiamo sì. Alcune chicche sono veramente introvabili. Anche noi di CineFatti seguiremo molto attentamente il Festival di Torino e sicuramente, se qualcuno di noi 6 riuscirà a venire (siamo di Salerno, Napoli, quindi è un pò difficile, però ci proveremo), le proiezioni non ci sfuggiranno e ne tratteremo sul blog insieme alle altre cose che il Festival offrirà giorno per giorno. Per ora di Sono abbiamo recensito Love Exposure, Ecusute e Cold Fish che sono le pellicole più reperibili. Complimenti per il blog. Per noi amanti dell'Oriente è fonte di chicche di cui prima non eravamo a conoscenza:D
RispondiEliminaAnche il vostro blog è carino. Complimenti! Se venite a Torino fatevi vivi, ci prendiamo un caffé insieme.
RispondiEliminaScusate, ma l'articolo è stato scritto da Matteo Boscarol? Esistono riferimenti bibliografici?
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