Daguerrotype (ダゲレオタイプの女, The Woman in the Silver Plate). Regia e
sceneggiatura: Kurosawa Kiyoshi
.
Fotografia: Alexis
Kavyrchine. Montaggio:
Véronique
Lange. Musica: Grégoire Hetzel. Suono: Erwan Kerzanet, Emmanuel de Boissieu. Interpreti e personaggi: Tahar Rahim
(Jean), Constance Rousseau (Marie), Olivier Gourmet (Stéphane). Prodotto da: Yoshitake Michiko per Les Productions Balthazar. Durata: 131'. Origine: Francia/Giappone/Belgio,
2016.
Ritiratosi a vita privata dopo la morte della
moglie, un ex fotografo di moda (Olivier Gourmet) vive in una villa con la
figlia, che costringe a estenuanti pose davanti al dagherrotipo. L’arrivo di un
nuovo assistente (Tahar Rahim) risveglia nella casa spettri, passioni, dolori e
interessi mai sopiti.
Inizia come un
suo solito film di fantasmi, anzi, Kurosawa Kyoshi affida all’incipit del suo
nuovo film Daguerrotype (passato nella sezione Onde del Torino Film
Festival) il compito di fare un breve passo indietro, ai suoi film precedenti,
per lasciarseli alle spalle e ricominciare quasi dal principio, dalle immagini
antiche che prendono il sopravvento e si ribellano al presente. Girato
interamente in Francia, vanta diversi “primati”, essendo il primo film girato
dal regista giapponese al di fuori del suo paese, interamente in lingua
francese e con attori francesi. Una rivoluzione produttiva che s’insinua, com’è
necessario, nello sguardo di Kurosawa, e cerca appigli nella cultura europea,
nelle ossessioni gotiche, nei colori opachi e in tonalità tendenti al nero,
trasformando l’ambientazione in un luogo senza tempo, immerso nella nebbia
densa e cupa. Il sobborgo di Parigi dove è ambientata quasi tutta la vicenda,
appartiene ad un mondo in via di distruzione, con le nuove costruzioni che
spingono per uniformare il paesaggio e cancellare antiche dimore scricchiolanti,
con scale monumentali e angoli misteriosi e una vegetazione selvaggia a dare il
tocco di eterna decadenza. È naturale, allora, che parallelamente alla
speculazione edilizia, si consumi l’ultimo atto di una storia senza tempo, dove
i meccanismi sempre uguali e ripetitivi si spezzano mandando letteralmente in
frantumi una composizione armonica e crudele. Kurosawa mette insieme variabili
di un’equazione ormai impossibile, perché impossibile è fermare il tempo. Di
questo si tratta, ancor prima che dei fanasmi che tornano a tormentare i vivi
per cercare vendetta.
Stéphane da
anni, ormai, studia il modo di riprodurre dagherrotipi di 170 anni fa. La sua
ossessione sono i ritratti a grandezza naturale che regalano l’immortalità,
secondo Stéphan (e secondo una supersizione del Diciannovesimo secolo),
semplicemente donando qualcosa di sé a quella lastra unica e ben diversa da ciò
che intendiamo oggi con il concetto di immagine. Irriproducibile ma eterna, che
ha bisogno di un lungo tempo di esposizione nell’immobilità del soggetto,
togliendo letteralmente un frammento di vita a chi posa per ore, incatenato ad
un’anima di metallo. Ma l’ossessione del protagonista va oltre, e,
ovviamente, infrange le regole e valica il territorio dell’allucinazione. Impaurito
e prepotente, distrugge ogni forma di vita attorno a sé, per catturarne un
frammento e imprigionarlo per sempre. Come il più folle degli inventori,
manipolatore di una realtà ormai irreale. Viene in mente Storia di Marie e
Julien con cui Rivette raccontava il mito dell’amour fou tra un uomo
solitario nella sua villa fatiscente e una donna misteriosa, custode di un
terribile segreto. Anche in quel film il tempo rappresentava una sorta di
vincolo, una vera e propria prigione che prendeva forma in modi diversi, sorta
di proiezione mentale (o fantasmatica) che si insinuava stravolgendo la vita
quotidiana. Parola inappropiata, come fa notare Stéphane al giovane Jean,
assunto come aiutante fotografo e poi precipitato senza accorgersi nella sua
stessa spirale di morte. Gli yōkai sono tornati a manifestarsi nel cinema di
Kurosawa, e si aggirano smarriti, vendicativi o ansiosi di vita, ma questa
volta sono come le visioni di Cocteau, Poe e Franju. [Grazia Paganelli]

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