Noriko no shokutaku (紀子の食卓, Noriko’s Dinner
Table). Regia: Sono Sion; soggetto: dal romanzo di Sono Sion; sceneggiatura: Sono Sion; fotografia: Tanikawa Sōhei; musica: Hasegawa Tomoki; effetti speciali: Nishimura Yoshihiro; interpreti: Fukiishi Kazue, Tsugumi, Mitsuishi Ken, Yoshitaka Yuriko; durata: 159'; uscita nelle sale giapponesi: 23 settembre 2006.
PIA: Commenti: 3,5/5 All'uscita delle sale: 72/100
Link: Sito ufficiale - Tom Mes (Midnight's Eye) - M. Douglas (iSugoi)
Punteggio ★★★★
Questo
film verrà presentato nella rassegna "Rapporto confidenziale" al 29°
Torino Film Festival (29 novembre-3 dicembre). In tale occasione
"Sonatine" pubblicherà in collaborazione con il Festival il volume "Il
Signore del caos. Il cinema di Sono Sion", contenente un'intervista
inedita a Sono, un'ampia introduzione alla sua opera, alcuni saggi
critici e le schede di tutti i film proiettati nella rassegna.
Questo non è
propriamente un film horror, non è neppure esattamente il sequel di Jisatsu saakuru (Suicide Circle), film precedente sempre di Sono Sion, del
2002.
E’
un film maturo e intenso, al quale si partecipa un po’ come ad una seduta
psicanalitica, horror a tratti e disperato quanto basta, la cui vicenda si
muove “attorno” - prima, durante e dopo - a quella del suicidio di massa
raccontato in Jisatsu saakuru.
Noriko (Fukiishi Kazue) ha diciassette anni e vive con i genitori e la sorella Yuka (Yoshitaka Yuriko) a Toyokawa. E’ insoddisfatta della propria vita, vorrebbe andare a studiare a Tokyo, ma il padre (Mitsuishi Ken) non ne vuole sapere. In rete Noriko conosce Kumiko (Tsugumi), la leader di un gruppo di adolescenti che usa il nick name di Ueno Station 54, dal numero dell’armadietto della stazione dei treni nel quale è stata abbandonata neonata dalla madre. Noriko decide di raggiungere l’amica e, approfittando di una notte di black out, fugge da casa e raggiunge Tokyo. Qui adotta il nome di Mitsuko e viene introdotta da Kumiko nella sua bizzarra organizzazione che si occupa di “famiglie in affitto”, vale a dire di procurare finti parenti a persone che, per motivi diversi, lo richiedano. Anche Yuka fuggirà da casa per raggiungere Tokyo ed entrerà nella stessa organizzazione della sorella. Nel frattempo il padre continuerà a cercarle finendo per mettersi in contatto con la stessa Kumiko e, con l’aiuto di un amico, riuscirà ad “affittare” le proprie figlie per una drammatica serata/resa dei conti.
Noriko (Fukiishi Kazue) ha diciassette anni e vive con i genitori e la sorella Yuka (Yoshitaka Yuriko) a Toyokawa. E’ insoddisfatta della propria vita, vorrebbe andare a studiare a Tokyo, ma il padre (Mitsuishi Ken) non ne vuole sapere. In rete Noriko conosce Kumiko (Tsugumi), la leader di un gruppo di adolescenti che usa il nick name di Ueno Station 54, dal numero dell’armadietto della stazione dei treni nel quale è stata abbandonata neonata dalla madre. Noriko decide di raggiungere l’amica e, approfittando di una notte di black out, fugge da casa e raggiunge Tokyo. Qui adotta il nome di Mitsuko e viene introdotta da Kumiko nella sua bizzarra organizzazione che si occupa di “famiglie in affitto”, vale a dire di procurare finti parenti a persone che, per motivi diversi, lo richiedano. Anche Yuka fuggirà da casa per raggiungere Tokyo ed entrerà nella stessa organizzazione della sorella. Nel frattempo il padre continuerà a cercarle finendo per mettersi in contatto con la stessa Kumiko e, con l’aiuto di un amico, riuscirà ad “affittare” le proprie figlie per una drammatica serata/resa dei conti.
Si è detto che Noriko’s Dinner Table rappresenta la
seconda parte, dopo Jisatsu saakuru,
di una trilogia sul suicidio, ispirata al romanzo scritto dallo stesso regista
nel 2002, Jisatsu saakuru: kanzenban (Suicide
Circle: The Complete Edition). In effetti alcuni importanti
elementi (la sequenza del suicidio collettivo in metropolitana, il sito
haikyo.com) sono traslati dall’altro film e ne creano un collegamento forte,
facendo pensare a parti di un’opera complessiva; ma è anche evidente che il
film potrebbe farne a meno senza per questo apparire meno convincente.
Il punto è infatti quello
della ricerca di un’identità in un mondo alienato e pervaso da istinti di
morte, più in particolare del senso da attribuire ad un nucleo come quello
familiare, nel quale prendono vita scontri drammatici di ruoli. In molti film
di Sono Sion il tema della famiglia e dei conflitti in seno alla stessa è
presente: Ai no mukidashi (Love Exposure, 2008), Chanto tsutaeru (Be sure to share, 2009),
Tsumetai nettaigyo (Cold Fish, 2010) per esempio. Il tema è frequentemente affrontato anche da
diversi altri registi giapponesi, ad esempio da Morita Yoshimitsu in Kazoku game (Family Game, 1983), da Ishii Sogo in Crazy family (1984), da Miike Takashi in
Visitor Q (2001), più di recente dal
giovanissimo Yoshida Koki nel suo Kazoku
X (Family X, 2010). In Noriko’s Dinner Table
il tema dominante è chiaro fin dall’inizio: la cena in famiglia di apertura fa
intendere che il germe dell’incomunicabilità e del conflitto ha trovato
l’habitat ideale per svilupparsi e l’unica soluzione è la ribellione, in forma
di fuga (quella di Noriko, la quale, per inciso, fugge da Tokoyama, città
natale del regista) ovvero di suicidio o, ancora, di perversione e violenza
(come in Tsumetai nettaigyo). E, come in Tsumetai nettaigyo, le due sequenze di cena in
famiglia formano un’ideale “cornice” al film stesso. La prima è quella
dell’inizio in cui la famiglia di Noriko è a Toyokawa e la ragazza discute con
il padre in merito alla sua volontà di continuare gli studi a Tokyo, decisione
che il padre non condivide; la seconda è quella della resa dei conti, nel
finale, dopo che il padre si sarà rivelato (uscendo da un armadio nel quale si
era nascosto) alle due figlie “affittate” per l’occasione dall’amico. Si
potrebbe anche pensare, estendendo il concetto di questa “delimitazione” che
concentra l’attenzione sul tema, alla volontà di rappresentare la famiglia come
una gabbia, o come un ring.
Anche la struttura narrativa è
perfettamente coerente con l’opera. Così come nel romanzo, il film si suddivide
in capitoli, tre dei quali sono intitolati ai personaggi principali (Noriko,
Yuka e Kumiko), oltre ad uno conclusivo. I capitoli, che dovrebbero suddividere
la vicenda secondo i diversi punti di vista dei personaggi, in sostanza
riescono ad avere un discreto effetto frastornante sullo spettatore (come si
diceva, è un po’ una seduta psicanalitica…). E’ sempre presente la voice over del personaggio che racconta
e questo elemento, insieme ai tanti dialoghi, conferisce un effetto di notevole
densità verbale a certe sequenze.
In conclusione, sembra dirci
Sono, nel gioco al massacro dei ruoli e dei sentimenti non c’è speranza, se non
quella della rappresentazione teatrale delle emozioni che ci permettono di
vivere; ovvero della nascita di una nuova/rinnovata identità dal profondo
dolore e dal vuoto. [Claudia Bertolè]

Grande film, grande Sono.
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